Valentina Pinto
Leggo i posti in cui si lavora per quello che fanno alle persone, e li sistemo perché le aiutino a fare quello per cui sono lì. Questo lavoro l'ho chiamato Spazi Generativi.
Non sono un architetto. Quando c'è, lavoro insieme a lui, e faccio una cosa diversa dalla sua: mi occupo dello strato che non si vede, quello che chiunque sente appena entra.
Come ci sono arrivata
Quando avevo tredici anni nella mia vita è entrato il compagno di mia madre. Era un architetto, e mi portava nei cantieri e nei posti di Roma che per lui erano belli: non i locali, gli edifici.
Anni dopo ci portava anche mio figlio, che aveva due anni, a giocare all'Auditorium di Roma, progettato da Renzo Piano.
«Ma ha due anni, che ce lo porti a fare?»
«Deve imparare a respirare il bello. Gli rimarrà per tutta la vita.»
Ci ho messo anni a capire che non parlava di quanto fosse bello l'Auditorium, ma di quello che un posto fa a chi ci sta dentro, molto prima che sappia dirlo.
Da lui non ho preso il mestiere. Un architetto progetta un posto perché stia in piedi e sia bello, e lui lo faceva benissimo. Quello che faceva con mio figlio era un'altra cosa, e nessuno lo pagava per farla: insegnare a sentire cosa un posto ti fa. Io ho fatto di quella cosa un lavoro.
Ho studiato Sociologia, che di un luogo guarda quello che le persone ci fanno dentro. Era già quella domanda.
Quattro traslochi in tre anni
Li ho fatti più di dieci anni fa. Al secondo mi sentivo già un'anima in pena e ho cominciato a chiedermi perché. È lì che ho incontrato il Feng Shui, e studiandolo ho iniziato a riconoscere nelle case in cui abitavo le dinamiche della mia vita.
Dopo il terzo trasloco ho tirato fuori quattro quadri che avevo dipinto molto tempo prima. Erano rimasti imballati da una casa all'altra. Questa volta li ho appesi all'ingresso.
Ogni volta che tornavo a casa, quei quadri mi ricordavano chi ero e cosa ero stata capace di fare. Averli davanti agli occhi proprio nel momento in cui entravo mi ha restituito un senso di possibilità.
Quei quadri non toglievano un problema: mettevano nello spazio una cosa che mi serviva, nel punto in cui la incontravo ogni giorno.
Da allora lavoro su questa differenza. Il Feng Shui mi ha insegnato a leggere uno spazio. Spazi Generativi parte da cosa deve succedere lì dentro, e usa quella lettura per renderlo più facile.
Con chi lavoro
Chi mi chiama di solito sente che nel suo studio qualcosa non funziona, e fa fatica a dire cosa. Lo studio è fatto, spesso è anche bello, a volte è appena stato rifatto. Rifarlo un'altra volta non vuole, e quasi mai serve.
Comincio chiedendo cosa deve succedere lì dentro, e guardando come ci si muove. Da lì troviamo un punto di partenza: liberare un passaggio, cambiare una posizione, dare un posto a quello che conta. Cerco cambiamenti che la persona possa fare suoi.
È andata così con la titolare di un ristorante nelle Marche. Mi aveva chiamata perché, nonostante la cucina e la passione che ci metteva, i clienti che voleva non arrivavano. E nel suo locale stava a disagio lei per prima.
Abbiamo cominciato togliendo quello che si era accumulato. Poi l'ingresso liberato, delle piante lungo il percorso, la cassa alleggerita, i tavoli sistemati perché i passaggi fossero chiari, e la mise en place, tenendo quello che per lei contava.
Nei mesi dopo ha cominciato a curare la comunicazione del ristorante e a farsi vedere insieme al marito, che sta in cucina. Sono arrivati anche più clienti.
Quello che mi ha colpita è un'altra cosa: vedere il locale cambiare con passi che poteva fare le ha restituito la voglia di agire anche sul resto. Lo spazio ha fatto la prima mossa, lei le altre.
Cosa non faccio
Non faccio il lavoro dell'architetto o dell'Interior designer: lui si occupa di quello che si vede e si tocca, io di quello che le persone SENTONO stando lì dentro. Se lo studio nasce adesso, entro dalle prime fasi, e potrebbe essere anche l'unica cosa che serve.
E non ti chiedo di credere a niente. Cosa hai alle spalle mentre lavori lo verifichi girandoti, e cosa cambia dopo uno spostamento lo vedi nelle settimane seguenti, su chi entra e su chi lavora con te.
Non propongo formule magiche, Propongo scelte concrete perché lo spazio possa offrire un sostegno migliore alla vita e al lavoro di chi lo abita.
Un lavoro è riuscito quando, qualche mese dopo, nel tuo studio hai spostato altre cose da solo, senza chiamarmi. Se è tutto fermo com'era il giorno in cui sono andata via, abbiamo solo spostato dei mobili.
Penso allo spazio come al dodicesimo giocatore: è in campo ogni giorno, partecipa a quello che succede, e può giocare dalla tua parte. Per questo comincio sempre dalla stessa domanda.
Cosa vuoi che succeda qui dentro?
Il criterio
Il mio lavoro anche nelle parole
Iniziamo da una conversazione