Faccio diventare il tuo studio uno spazio generativo.

Non uno spazio più bello.
Uno spazio in cui le persone vogliono restare, e dentro il quale fanno più facilmente quello che serve al tuo lavoro.


Fai una prova. Pensa all'ultimo posto in cui sei entrato e, prima ancora di guardarti intorno, hai sentito che ci saresti rimasto volentieri. Poi pensa a un posto da cui, senza un motivo preciso, volevi solo sbrigarti e uscire.

Ogni volta che varchiamo una soglia il corpo decide prima di noi: resto o me ne vado, mi apro o mi difendo. Arriva prima di qualsiasi giudizio sugli arredi, su di te o sulla tua parcella.

Al tuo cliente succede ogni volta che apre la tua porta, e comincia ad ascoltarti da lì.

Chi entra nel tuo studio ha già deciso qualcosa prima di sedersi.

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Nel calcio chiamano così il pubblico: non scende in campo, eppure cambia il risultato.

Nel 2020, con gli stadi vuoti, il vantaggio di giocare in casa si è ridotto in quasi tutti i campionati europei.

Prendi uno studio con cinque professionisti, tutti bravi.

Lì dentro c'è un giocatore in più che non parla, non decide e non compare nell'organigramma.

È sempre in campo: facilita o ostacola la concentrazione, rende più distesa o più tesa una conversazione, dice al cliente che è nel posto giusto oppure lo tiene in allerta per tutto il tempo che passa da te.

Lo spazio è il dodicesimo giocatore del tuo studio.

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Non sostituisce la tua competenza, come il pubblico non sostituisce la bravura dei giocatori. La amplifica.



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Il bello non basta.

Uno spazio è fatto a strati.

I muri, poi i pavimenti e gli infissi, poi i materiali, i colori, gli arredi, la luce: è lo strato del bello, ed è quello su cui lavora un buon architetto d'interni, che fa bene a farlo.

Sopra ce n'è un altro, che non guardi ma senti: cosa hai alle spalle, cosa hai davanti, dove sei seduto rispetto a chi entra, dove finisce il rumore.

È come il condizionatore acceso. Dopo dieci minuti non lo senti più, e te ne accorgi solo quando qualcuno lo spegne: "ah, che silenzio". Era lì tutto il giorno, e tutto il giorno ha lavorato su di te.

Quello strato sta sotto la soglia dell'attenzione, e proprio per questo pesa più di tutto il resto. Io lavoro lì, insieme al tuo architetto se ne hai uno.


Su quello strato c'è una disciplina che lavora da secoli.

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Si chiama Feng Shui. La studio e la pratico da più di 10 anni, e la porto nel linguaggio di chi lavora, non di chi cerca solo una casa più armoniosa. È fatta di regole molto concrete.

Una per tutte: chi lavora ha bisogno della Tartaruga alle spalle e della Fenice davanti.

La Tartaruga è la protezione: una parete, una libreria, una pianta alta dietro la sedia. Con un passaggio continuo alle spalle, senza vedere chi passa, il sistema nervoso non si rilassa mai. E una persona che resta in allerta otto ore al giorno si concentra peggio e si stanca prima.

La Fenice è la visione: uno spazio ampio davanti agli occhi al posto di un muro, perché con lo sguardo libero si pensa meglio.

La psicologia ambientale è arrivata alla stessa conclusione nel 1975: stiamo meglio dove abbiamo le spalle coperte e lo sguardo libero.

Puoi verificarlo adesso. Guarda cosa hai alle spalle mentre lavori, e cosa ha alle spalle il tuo cliente mentre ti aspetta.


Progetto stati, prima che zone.

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La progettazione tradizionale organizza zone: qui la reception, lì le scrivanie, in fondo la sala riunioni. Io parto dagli stati: qui le persone si aprono, lì si concentrano, là aspettano volentieri.

Uno spazio è generativo quando orienta chi entra, sostiene quello che lì dentro deve succedere e fa venire voglia di restare. È inibitorio quando blocca, costringe a compensare e spinge fuori: la luce sbagliata sul monitor, il passaggio continuo dietro la sedia, la sala d'attesa dove tutti guardano l'orologio.

Quasi mai uno spazio inibitorio è brutto, e spesso è appena stato ristrutturato.

Quasi nessuno lo direbbe a parole. Però tutti lo sentono.


Non prometto miracoli.

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Uno spazio generativo non produce per magia concentrazione, fiducia o decisioni. Le rende più facili e meno costose: toglie attrito, e a fine giornata tu e chi lavora con te avete energia in più invece che in meno.

Conosco persone che hanno scelto uno stipendio un po' più basso pur di lavorare in un posto dove stavano bene. Non era una questione di arredamento.


Si parte da una domanda, prima che da un colore o da una scrivania.

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Il più delle volte lo studio c'è già, ed è anche bello. Non serve rifarlo: si interviene su pochi punti (una posizione diversa, un percorso più chiaro, una luce, una zona che cambia funzione) e spesso la differenza si sente subito.

Se invece il tuo studio nasce adesso, lavoro insieme al tuo architetto fin dall'inizio, oppure prendo in carico l'intero progetto.

Vale lo stesso per un negozio o per un ufficio: cambia quello che deve succedere lì dentro, e con quello cambia il progetto.

In tutti i casi comincio chiedendoti la stessa cosa.

Cosa vuoi che succeda qui dentro?

Progetto stati, prima che zone.

Spazi per le persone